Perché credo che studiare allarghi gli orizzonti, ma non nel senso che pensi
Ma parliamo anche di Sigmund Freud, Ted, Apocalypse Now, Il caso Sofri, Brooklyn Nine-Nine e László Krasznahorkai
E siamo arrivati anche a maggio, con Neanche Nietzsche era un superuomo che campeggia ormai da qualche giorno in libreria. L’avete comprato? Avete cominciato a leggerlo? Qualche commento comincia ad arrivarmi, ma aspetto analisi sostanziose.
Intanto stiamo organizzando diversi appuntamenti dal vivo per presentarlo (o per parlare d’altro: filosofia e storia non passano mai di moda, al di là dei singoli libri). Come già anticipato, il 10 maggio sarò a Laveno Mombello, in provincia di Varese, per il Festival della Meraviglia, ma posso anche annunciarvi che invece a fine mese, il 30 maggio, presenterò il nuovo libro qui a Rovigo nell’ambito della (bella) manifestazione RovigoRacconta.
Quest’ultimo evento – di cui trovate tutto il programma qui – vedrà arrivare nella mia città autori del calibro di Andrea Pennacchi, Vasco Brondi, Dario Bressanini, Michela Marzano, Concita De Gregorio, Franco Berrino, Enrico Brizzi e altri ancora. E poi ci sarò appunto anch’io, nel mio piccolo: se siete in zona, venite a trovarci.
Come sempre, gli eventi sono gratuiti, ma se avete voglia vi consiglio di prenotarvi. Qui c’è il format del Festival della Meraviglia di Laveno, qui invece il mio per Rovigo.
E, detto questo, cominciamo con la nostra newsletter.
Quello che ho letto
Partiamo come al solito dai libri.
Il giudice e lo storico di Carlo Ginzburg: questa settimana ho finito di leggere il breve libretto che a inizio anni '90 lo storico Carlo Ginzburg dedicò al caso Sofri. Lo so, si tratta di cose ormai lontane nel tempo, di cui ci siamo tutti più o meno dimenticati. Ma mi è capitato sottomano e, nonostante conoscessi relativamente bene i termini della questione, avevo voglia di scoprire cosa ne aveva detto l’importante studioso italiano. Ginzburg, in effetti, sembra voler discutere non solo del caso in sé, ma anche più in generale di come funzionano i processi, oggi come in passato. Il suo interesse per la questione (lo dice lui stesso) nasce dalla conoscenza personale e dal vincolo di amicizia che lo legava, e penso lo leghi ancora, ad Adriano Sofri; ma il modo in cui riprende in mano i verbali del processo è simile al modo in cui, in altri libri, ha studiato i verbali dei processi di inquisizione dell’inizio dell’età moderna. Se avete letto Il formaggio e i vermi – forse il più bel libro di Ginzburg – sapete cosa intendo. Ebbene, facendo un lavoro da storico, il figlio di Leone e Natalia Ginzburg ci fornisce alcune riflessioni che vanno al di là del caso in specie; e, soprattutto, ci porta a riflettere sulla natura dei processi, che spesso finiscono non solo, o non tanto, per acclarare la verità, quanto per esaudire quel desiderio insito nell’uomo di dover trovare un colpevole a tutti i costi. Il caso Sofri è, da questo punto di vista, un esempio lampante di come non si dovrebbe condurre un processo; perché, al di là di come la pensiate su Sofri, sull’omicidio Calabresi, su Lotta Continua e tutto il resto, le prove a carico degli indiziati erano veramente povere, spesso contraddittorie, basate su un’unica testimonianza priva, in diversi casi, di riscontri oggettivi. Questo non vuol dire che Marino stesse necessariamente mentendo, è ovvio, ma è altrettanto ovvio che una cosa possibile non è detto che sia vera. La vera domanda, comunque, è un’altra: si può condannare qualcuno quando esistono ragionevoli dubbi sulla sua innocenza? Secondo la legge italiana questo non dovrebbe avvenire, eppure accade molto più spesso di quanto vogliamo ammettere (il caso Garlasco, anche in questi giorni, ce ne sta dando l’ennesima conferma). Un problema che, purtroppo, per la nostra giustizia è annoso, ma che non si affronta mai sul serio; perché, alla fine, anche a noi italiani i diritti degli imputati importano solo fino a un certo punto. Il libro è oggi ristampato da Quodlibet.
Il disagio della civiltà di Sigmund Freud: questa settimana ho finito di leggere anche Il disagio della civiltà di Sigmund Freud, un libro molto più interessante di quanto mi ricordassi. Certo, quello che troviamo in quelle pagine non è tanto il Freud della nevrosi psicologica basata sullo studio dei suoi pazienti, quanto piuttosto un Freud filosofo che si lancia in un’analisi più generale sulla società e sulla civiltà, anche se sempre in una prospettiva psicoanalitica. L’esito è un breve scritto che ha lasciato il segno nella storia europea, perché tutta la Scuola di Francoforte (e cioè Horkheimer, Adorno, Marcuse e Benjamin) deve moltissimo a questo testo, che per primo ha introdotto l’idea che anche la società possa creare frustrazione negli individui. Solo che – e questo va a merito di Freud – a me pare che Il disagio della civiltà sia un testo più saggio di certi libri, ad esempio, di Herbert Marcuse, con cui mi sono misurato di recente. Quest’ultimo era un pensatore sicuramente molto intuitivo, ma aveva la tendenza ad assolutizzare le sue impressioni, e così quando si leggono i suoi libri ci si trova davanti un impianto abbastanza dogmatico, in cui la propria visione del mondo viene presentata “senza se e senza ma”, come una verità inoppugnabile e inconfutabile, anche quando è soggetta a molte forzature. È un atteggiamento che si ritrova anche in alcuni altri eredi della Scuola di Francoforte, come ad esempio in Byung-chul Han, filosofo tanto affascinante quanto però assoluto nelle sue analisi. Se invece si legge Freud, ci si accorge che il medico viennese era molto più cauto dei suoi eredi: scorgeva delle tendenze, ma ammetteva anche certe incertezze, certi limiti nella sua analisi, e soprattutto l’assenza di un metodo veramente affidabile per fare le sue congetture. Le congetture arrivavano comunque, certo, ma lo stesso Freud si teneva aperto alla critica e all’autocritica molto di più di quanto non abbiano fatto i suoi successori. Senza contare che Freud ammetteva, secondo me a ragione, che la frustrazione è in parte inevitabile e che certe soluzioni – che sognano di rendere l’uomo libero semplicemente togliendo di mezzo un qualche ostacolo – sono semplicistiche e utopistiche. Ho così l’impressione che, se Freud avesse avuto il tempo di leggere certe analisi dei sociologi “freudiani” più recenti, avrebbe avuto molto da ridire sulle loro soluzioni. Il libro è breve, si legge in fretta, ma come dicevo è molto interessante, anche se forse anche in parte figlio del suo tempo.
Il ritorno del barone Wenckheim di László Krasznahorkai: finalmente László Krasznahorkai ha iniziato a fare sul serio. Dopo decine se non centinaia di pagine abbastanza inconcludenti, Il ritorno del barone Wenckheim è entrato nel vivo e anzi forse ha anche finito di dire tutto quello che aveva da dire. Nelle ultime pagine che ho letto, infatti, è successo un vero e proprio pandemonio e soprattutto si è introdotta anche un po’ di filosofia: un monologo interminabile ma anche molto interessante, un ragionamento sulla fine dei valori, con una sorta di sguardo nichilistico applicato al romanzo stesso. C’è stata perfino una morte importante, e a un certo punto ho anche pensato che il libro fosse davvero finito, visto che tutte le cose più salienti erano ormai venute fuori. In realtà invece mancano ancora diverse pagine alla fine, e vedremo dove l’ultimo premio Nobel per la letteratura porterà la sua narrazione. Certo che questa lettura rimane molto straniante: procede a vuoto per molte pagine, poi accelera all’improvviso e poi si perde di nuovo, solo per ritornare nuovamente, aprire parentesi che non vengono più chiuse, deragliare e poi ripartire. Questa settimana c’è stato un deciso passo avanti, ma molto è ancora da mostrare. Vedremo. Ve ne parlerò ancora.
Quello che ho visto
Passiamo ora ai film e alle serie tv.
Apocalypse Now (1979), di Francis Ford Coppola, con Martin Sheen, Marlon Brando, Robert Duvall: che gran film che è Apocalypse Now! Erano almeno vent’anni che non lo vedevo, ma sono stato in un certo senso costretto a farlo per via del Club del film, che questo mese ha scelto di concentrarsi su tre film sulla guerra. Di uno vi ho già parlato la settimana scorsa: era Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick. Il secondo è appunto Apocalypse Now, che ho rivisto con molto piacere. Nonostante nel mio ricordo fosse quello di un film bello ma lento, in realtà, alla prova dei fatti, lento non lo è per niente. È sornione, calmo, ma non direi lento: la pellicola è anzi tesissima fin dalle prime scene, e inquietante. Ed è anche, tra le altre cose, meravigliosa nella sua ambiguità. Anzi, penso che la parola chiave sia proprio quest’ultima: ambiguità, morale, visiva, perfino ontologica. Anche il paesaggio in quel film è ambiguo, e a sua volta lo è ogni singolo personaggio, ogni scena. La guerra del Vietnam diventa infatti fin dall’inizio un’esplorazione delle contraddizioni del nostro stesso io: tra amore e violenza, tra voglia di pace e voglia di sopraffazione, tra solidarietà e ostilità. Siamo esseri assai contraddittori, e questo film lo mette pienamente in risalto in ogni scena, e forse addirittura in ogni inquadratura. Senza contare la qualità generale della pellicola: magnifici sono gli interpreti, magnifica la fotografia, magnifica perfino la scelta delle canzoni, sempre evocativa. Indubbiamente uno dei più bei film della storia del cinema: giustamente ha fatto scuola e ha fatto epoca. Se non lo vedete da un pezzo, riguardatelo, perché col tempo diventa forse ancora più bello. Lo trovate su Mubi e, noleggiabile, su tante piattaforme streaming.
Ted episodi 1.01-1.02 (2024), di Seth MacFarlane, con Max Burkholder, Giorgia Whigham, Alanna Ubach: qualche giorno fa, aprendo a caso Netflix, mi sono imbattuto in una nuova serie che mi veniva presentata in pompa magna: una serie che però, pur non avendola mai vista, in qualche misura conoscevo, perché è tratta da un film piuttosto noto. È Ted, nuovo lavoro di Seth MacFarlane ispirato all’omonima serie di film sull’orsacchiotto irriverente e maleducato che prende vita e comincia a parlare come un essere umano. Rispetto ai film interpretati a suo tempo da Mark Wahlberg, qui siamo però di fronte a una sorta di prequel, perché John, il compagno di vita di Ted, è ancora un ragazzo e siamo negli anni Novanta; anzi, per la precisione, nel 1993. Ho visto i primi due episodi e devo dire che tutto sommato la serie regge. Certo, perde qualcosa rispetto al film, perché è sicuramente meno sboccata e meno sagace, cercando in qualche modo una commistione con i formati della sitcom per famiglie; però si lascia guardare, forse anche per merito del bravo attore protagonista, il giovane Max Burkholder, che in realtà ha già una discreta carriera alle spalle, essendo stato uno dei protagonisti di Parenthood. La serie bisognerà valutarla nel lungo periodo, perché si sa, i primi episodi sono spesso i migliori. La trovate su Netflix.
Brooklyn Nine-Nine episodi da 3.7 a 3.22 (2016), di Dan Goor e Michael Schur, con Andy Samberg, Melissa Fumero, Andre Braugher: continua, tra le altre cose, anche la mia visione integrale (o per meglio dire il rewatch) di Brooklyn Nine-Nine. Questa settimana ho visto diversi episodi della terza stagione: una stagione forse un po’ di passaggio, ma segnata da molti bei episodi. L’evento clou di quell’annata fu, sul piano sentimentale, la relazione tra Jake Peralta e Amy Santiago, i due protagonisti dello show; ma di fianco a questa relazione sentimentale, a un certo punto è emersa anche quella tra Rosa Diaz e Adrian Pimento, il personaggio ricorrente interpretato da Jason Mantzoukas che entra nella terza stagione in maniera dirompente. Brooklyn Nine-Nine è uno show che ha elementi tutto sommato realistici al suo interno, ma che gioca la sua comicità sulla presenza di personaggi a dir poco paradossali. Lo stesso protagonista assoluto, Jake Peralta, è un detective capace ma estremamente infantile; ma accanto a lui abbiamo l’incredibile capitano Raymond Holt e soprattutto una serie di comprimari quasi grotteschi. Pimento è proprio uno di questi: dopo aver vissuto a lungo sotto copertura, non riesce ad adattarsi ai ritmi naturali della vita, soffrendo di un disturbo da stress post-traumatico che in realtà produce esiti comici incredibili. Le puntate sono spesso molto fantasiose e divertenti, e per una commedia risulta molto convincente. Certo, pensando a tutte le otto stagioni dello show, alla fine ci si rende conto che probabilmente troppa fantasia ha portato anche a troppi sconvolgimenti e a trame spesso un po’ forzate. Ma allo stesso tempo non si può non guardare ammirati una serie che è riuscita a inventarsi continuamente cose nuove per otto anni: un’impresa molto rara nel campo delle commedie, dove spesso si vive, francamente, di rendita. Se volete provarla, lo trovate su Netflix.
Quello che ho pensato
Credo che abbiate avuto tutti, almeno una volta nella vita, un’esperienza simile a quella che da liceale ebbi io quando m’imbattei in Kant. Intendo quelle esperienze che si hanno da studenti, in cui improvvisamente ti trovi davanti un modo di pensare che non avevi mai visto prima, mai neppure subodorato prima, e ti si apre un mondo intero.
Kant – lo sapete bene – ci dice una cosa che ai suoi tempi era rivoluzionaria, e che immagino (o spero) rimane rivoluzionaria anche per un adolescente di oggi: che il mondo che vediamo non è il mondo così com’è, ma è un mondo filtrato attraverso le strutture della nostra mente. Spazio, tempo, causalità non sono proprietà delle cose, sono, semplificando un po’, gli occhiali con cui le guardiamo. E così il mondo che a noi pare oggettivo, reale, vero, si rivela non dico un artificio della mente, ma sicuramente qualcosa in cui ci mettiamo “del nostro”.
Dopo aver capito Kant, dopo averlo fatto proprio, si inizia a guardare le cose in modo diverso. Lo so: non è così per tutti. C’è chi Kant lo studia solo perché deve, solo finché serve; ma c’è anche chi Kant lo introietta dentro di sé: e quando questo avviene, è davvero una rivoluzione copernicana. Perché, dicevo, dopo Kant le cose non possono più essere le stesse: ti rendi conto che il dato oggettivo, indipendente dall’osservatore, non esiste, o che comunque non possiamo arrivarci; e inizi a guardare il mondo con la curiosità di chi vuole individuare non tanto la realtà in sé, ma le costruzioni a priori della mente che quella realtà finiscono per plasmarla.
Perché, però, oggi vi parlo di Kant? Per una ragione che con Kant, a dirla tutta, c’entra poco. Portate pazienza, seguitemi nel ragionamento e alla fine tutto risulterà chiaro.
Vi ho già parlato, tempo fa in questa newsletter, della mia idea di libero arbitrio, e la vorrei richiamare brevemente per chi non la conosce. In poche parole, ritengo che molte delle nostre azioni siano il frutto di una serie di catene di causa-effetto, ma allo stesso tempo credo che non siamo completamente determinati, perché anche in queste catene mi pare rimanga una parziale variabilità.
Mi spiego meglio. Quello che mi sembra più plausibile è un modello intermedio (o compatibilista, come dicono quelli bravi), che potremmo definire stocastico. Quando mi trovo davanti a una scelta, piccola o grande che sia, la mia mente non elabora un’unica risposta necessitante; elabora, piuttosto, un ventaglio di possibilità, tendenzialmente tre o quattro, ognuna con una propria probabilità di realizzarsi. Quelle probabilità dipendono meccanicamente e necessariamente da tutto ciò che io sono: dall’educazione che ho ricevuto, dalle esperienze vissute, dai condizionamenti assorbiti, dai ragionamenti fatti in passato. Non posso controllarle, non dipendono dalla mia volontà: sono esiti, output probabilistici, così come in meccanica quantistica si indicano le probabilità che un dato elettrone si trovi in una certa posizione (o che un gatto in una scatola con dentro una sostanza radioattiva sia vivo o morto). Poi però, tra quelle possibilità, una sola si realizza, perché è solo una l’opzione che vado a scegliere; ma la scelta non avviene per mia libera volontà, quanto per qualcosa di simile al lancio di un dado.
Esemplifichiamo, per essere ancora più chiari. In questo momento sto scrivendo la newsletter, ma, se mi fermo un attimo, mi accorgo di aver voglia d’altro (magari aprire il browser e andare a distrarmi su YouTube). In realtà in questo momento la mia mente elabora, immediatamente, tre opzioni: a) continuare a scrivere; b) aprire YouTube; c) prendere in mano il cellulare. Le tre opzioni non le ho scelte, derivano da come sono fatto, dalle mie abitudini, da cosa ho a portata di mano, dall’ora e dal grado di stanchezza. La possibilità A, poniamo, ha il 60% di possibilità di realizzarsi, la B il 30%, la C il 10%. Anche queste percentuali non le ho scelte io, derivano meccanicamente dalle condizioni circostanti e interiori.
A quel punto, cosa farò concretamente? Continuerò a scrivere, aprirò YouTube o prenderò il cellulare? La mia mente tira, a quel punto, una specie di dado a 100 facce. Se viene un numero da 1 a 60, continuo a scrivere; se viene un numero da 61 a 90, apro YouTube; da 91 a 100, invece, prendo lo smartphone. Le possibilità sono meccanicamente determinate, l’esito finale è casuale (pur tenendo conto che una opzione rimane più probabile dell’altra).
Questo ovviamente significa che non sono libero nel senso in cui lo intende chi crede nel libero arbitrio classico: non posso indirizzare a piacimento la mia volontà. Ma – ed è questo oggi il punto chiave – non sono nemmeno impotente: posso lavorare sullo spazio delle possibilità. Vi dicevo, infatti, che le tre opzioni dipendono da come sono fatto. Ma non solo da come sono fatto da quando sono nato, ma anche da come sono cresciuto, da come sono stato educato e da come mi sono via via rieducato nel tempo. Continuare a scrivere era un’opzione che stava al 60%, nonostante adesso sia mezzanotte: molti altri, nei miei stessi panni, avrebbero avuto quest’eventualità al 10-15%. In me è così alta perché, col tempo, ho sviluppato una capacità di lavorare e resistere alle tentazioni e alle distrazioni piuttosto alta, per quel che ne so anche ben sopra alla media. E l’ho sviluppata pensando e ripensando ai miei comportamenti, in un certo senso rieducandomi.
Probabilmente però a questo punto avrete un’obiezione. Provo ad anticiparla: se la scelta finale avviene sulla base di una componente casuale – potreste chiedermi – in che senso rimane mia? Perché io ho detto che mi sono “rieducato” nel tempo, che mi sono in un certo senso costruito: ma se alla fine la scelta dipende da un lancio di dadi, io che c’entro? Come posso dire che sia io a fare X o Y, e che quello che faccio sia mia responsabilità, se comunque a decidere è un dado?
Spinoza, che il determinismo lo conosceva bene, aveva intuito qualcosa di importante al riguardo. Per lui il conatus (cioè la tendenza di ogni cosa a perseverare nel proprio essere) non era una forza esterna che agisce sull’uomo, ma un effetto della sua natura. Come a dire: il conatus è autenticamente tuo, è ciò che sei, è il modo in cui hai elaborato ciò che ti è capitato. Il fatto che non controlli l’esito finale non significa che non ci sia niente di tuo nel processo, perché in un certo senso tu sei quel processo.
Nel modello che propongo io (che non è uguale a quello di Spinoza, ma ha qualche punto in comune con esso), la risposta all’obiezione sta proprio qui: le opzioni che si presentano alla mia mente sono mie, anche se non scelgo quale si realizzerà. Quelle opzioni sono il prodotto di tutto ciò che sono stato, di come ho risposto alle esperienze, di quanto ho lavorato su me stesso, di come ho ripensato ai miei errori. Un esempio concreto: se una settimana mi trovo in ritardo con la newsletter dopo aver cincischiato su YouTube, la mia mente si dice qualcosa tipo «La prossima volta devo essere più bravo e non perdere tempo inutilmente». E la volta successiva, davanti alle varie opzioni, la scelta “continua a scrivere” avrà una percentuale un po’ più alta di prima, perché sarà stata influenzata dalla mia riflessione.
Quindi sì, sono responsabile di ciò che faccio, anche se non ne ho del tutto il controllo. La responsabilità non sta nel momento finale della scelta, ma nella costruzione continua delle opzioni in cui quella scelta avviene.
Ed è qui che torna in gioco Kant, o meglio l’apertura mentale che Kant mi ha regalato ormai molti anni fa. Kant ci dice che le categorie filtrano il mondo: non vediamo mai la realtà nuda e cruda, ma la realtà già organizzata dalle strutture della nostra mente. Quello che propongo io è, in un certo senso, un'estensione di quell'intuizione: noi abbiamo delle strutture magari non innate, ma pur sempre a priori che vengono modificate dalla cultura. Si tratta delle strutture attraverso cui interpretiamo le situazioni, valutiamo le opzioni, decidiamo cosa conta: leggere, viaggiare, studiare sono tutti modi per intervenire su quelle strutture, per renderle più ricche, più articolate, più sfumate.
Provate a pensare, infatti, a che cosa sia la cultura. Pensate ai libri – sia ai romanzi che ai saggi – che leggete, agli autori che studiate, ai viaggi che fate, ai musei che visitate: sono tutti modi per esporsi a mondi altri, a realtà esterne diverse, alternative.
A volte si dice che la cultura è bella perché inutile. Penso che ci sia un profondo errore in questo: la cultura è bella perché è, invece, utilissima. Non per forza a trovarti un lavoro o a risolvere un problema concreto e immediato, ma ad aprirti gli orizzonti. Ovvero: ad aumentare le tue opzioni, rendendoti ancora più libero.
Martha Nussbaum, in alcuni dei suoi libri più importanti, ha sostenuto che la letteratura sviluppa quella che lei chiama una “immaginazione narrativa”: la capacità di entrare dentro a punti di vista altrui, di sentire dall’interno una vita diversa dalla propria. È qualcosa di simile all’empatia, ma in senso più razionale che sentimentale: tramite la lettura di un romanzo facciamo esperienza di situazioni, di emozioni, di dilemmi che non abbiamo vissuto direttamente, ma che un po’ diventano nostri.
Sono idee molto simili a quelle che propongo io: quando leggo un romanzo scritto bene, quando viaggio in un posto che non conosco, quando studio una filosofia lontana dalla mia, quando qualcosa mi fa pensare in modo nuovo, quell’esperienza entra in me, modifica i miei stati mentali, influisce sul mio modo di pensare e di agire. Magari lo fa con una forza minore rispetto alle esperienze dirette, certo; ma lo fa. E la prossima volta che mi troverò davanti a una situazione analoga, lo spazio delle possibilità che la mia mente elaborerà sarà diverso da quello che avrebbe elaborato senza quella lettura, senza quel viaggio, senza quello studio. Ci saranno opzioni che prima non c’erano, oppure le probabilità associate a ciascuna opzione saranno distribuite diversamente. E se avrò letto libri intelligenti, le probabilità saranno tendenzialmente disposte in modo più funzionale di prima.
Leggere, in questo senso, non è un’operazione fine a se stessa, non è un passatempo estetico. È un’operazione di ampliamento del campo delle possibilità. È ciò che ci fa diventare più liberi: non nel senso del libero arbitrio classico, ma in modo funzionale. Per questo la cultura ci rende liberi: perché ci fa considerare opzioni che altrimenti non considereremmo.
Ovvio, però, che non tutta la letteratura funziona allo stesso modo, che non tutti i viaggi hanno un impatto e che non tutte le cose che facciamo o vediamo influiscono in ugual misura. Un libro che conferma ciò che già penso, che parla solo a persone come me, che chiude le prospettive invece di aprirle non mi allarga gli orizzonti. Consolida gli orizzonti vecchi, e in certi casi addirittura li restringe.
Il meccanismo di ampliamento che ho descritto funziona soprattutto quando esploro qualcosa di nuovo, quando espongo le mie convinzioni a critica, quando oso: se il mio viaggio consiste nell’andare a vedere posti del tutto simili a quello in cui vivo, non amplio nulla. Per quanto riguarda la letteratura, così, la migliore è quella che ci costringe a guardare il mondo da un punto di vista che non avremmo adottato spontaneamente. Kant con le sue categorie a priori fa, in campo filosofico, qualcosa di simile: a diciassette anni mi ha fatto pensare in un modo che non avevo mai provato prima. E non è stato l’unico. Un effetto del genere me l’hanno fatto (e continuano a farmelo!) anche Spinoza, Nietzsche e vari altri autori; filosofi che non mi hanno dato risposte facili, ma piuttosto mi hanno tolto da sotto i piedi quelle che già avevo.
Vale, insomma, per la narrativa come per la filosofia, per i viaggi come per lo studio. Non si tratta di accumulare conferme, ma di accumulare prospettive. Più prospettive hai visto ed esplorato, più opzioni avrai a disposizione quando la vita ti metterà davanti a un bivio.
Resta però un’ultima obiezione, non di poco conto: ci sono grandi lettori che fanno scelte disastrose. Ci sono persone che hanno viaggiato ovunque e continuano a fare stupidaggini. La cultura, mi si potrebbe dire, in realtà non garantisce niente.
Quest’obiezione è vera, lo ammetto: non basta viaggiare e leggere, e non basta nemmeno leggere i libri giusti. L’istruzione, da sola, non basta, non salva. Ma questo, in realtà, nella mia teoria è già messo in conto. Il modello stocastico che ho descritto è infatti probabilistico, non deterministico: ampliare lo spazio delle possibilità e migliorare la distribuzione delle probabilità non azzera la componente casuale. Significa che le cose tendono ad andare meglio, non che vanno necessariamente meglio.
Facciamo di nuovo un esempio. Poniamo che, di base, io abbia l’opzione A di impegnarmi al 60%, l’opzione B di distrarmi al 30% e l’opzione C di perdermi completamente al 10%. Alcune letture adeguate, alcune esperienze di vita, alcune riflessioni filosofiche potrebbero alterare le percentuali; e così potrei arrivare all’opzione A al 70%, la B al 25% e la C al 5%. Poi tiro il dado ed esce il numero 96: opzione C, meno probabile ma comunque presente. Mi perdo facendo tutt’altro, e magari quel perdermi mi piace pure e finisce per alterare ulteriormente le percentuali la volta dopo.
Questa è, mi sembra, la condizione umana: non siamo guidati da leggi necessitanti che ci garantiscano le scelte giuste. Siamo fatti di tendenze, probabilità, disposizioni che possiamo coltivare o trascurare, e che comunque non ci garantiscono esiti automatici. Senza contare che ci sono anche la fortuna e la sfortuna, il culo e la sfiga: tiri il dado, e se sei fortunato la tua vita svolta (anche senza aver letto granché), mentre se sei sfortunato neppure tutti i migliori libri del mondo ti possono salvare.
Ciò non toglie, però, che la cultura abbia un suo ruolo. È un’arma potente che abbiamo a disposizione. Insegnare ai ragazzi significa dare loro prospettive nuove, punti di vista diversi, opzioni in più. Allargare gli orizzonti è un’espressione bellissima, e vera. Non significa vedere tutto con chiarezza e avere il destino già scritto, ma avere più punti da cui guardare. E quindi essere più liberi. Anche se non ci sono certezze, vale la pena di tentare.
Quello che ho registrato e pubblicato
Facciamo ora il punto sui video e sui podcast che ho pubblicato questa settimana:
Le nuove indicazioni nazionali per storia e filosofia: parliamo delle indicazioni ministeriali per le mie materie nei licei
Tutto Carlo Magno in un’ora di lezione: video lungo e impegnativo per riassumere tutta la storia di Carlo Magno e del suo impero
Tutte le scuole ellenistiche in un’ora: una ricapitolazione sul pensiero di stoici, epicurei e scettici
Le istituzioni della Roma repubblicana: ritorniamo a parlare di storia romana, introducendo consolato, magistrature varie e Senato
Alla scoperta della dialettica hegeliana (per il podcast “Dentro alla filosofia”)
Il ruolo di Nasser e la Guerra dei sei giorni (per il podcast “Dentro alla storia”)
Niccolò Machiavelli scrive a Gianluca Rocchi [Email dall’Oltretomba]
La Premeditatio malorum
Quello che devi fare per seguirmi sui social
Ah, prima di dimenticarci vi lascio anche un promemoria di dove e come mi potete trovare sui social:
Il canale YouTube | Instagram | Facebook | Twitter/X | TikTok | Threads
Quello che puoi fare per sostenere il progetto
Se poi quello che faccio vi piace e volete darmi una mano a farlo sempre meglio, potete sfruttare alcune modalità di sostegno.
Un primo modo per sostenere il progetto è quello dell’abbonamento. Sotto ai video di YouTube, di fianco al classico pulsante “Iscriviti”, ce n’è uno chiamato “Abbonati”. Cliccando lì potete consultare tutte le varie proposte e cosa viene dato in cambio: da video-dirette in esclusiva a un vero e proprio manuale di filosofia a puntate, passando anche per il Club del Libro, il Club del Film e il Simposio. Ulteriori informazioni le trovate qui.
Inoltre in tutte le librerie trovate qualche libro da me firmato o co-firmato. Il più importante al momento è Neanche Nietzsche era un superuomo (Cairo Editore), sequel di Anche Socrate qualche dubbio ce l’aveva; se invece cercate un buon manuale di storia, c’è parecchio mio materiale anche in La storia in scena (Garzanti/Deascuola) per il triennio delle superiori e in Le origini del presente (Petrini/Deascuola) per il biennio. E altri volumi sono in arrivo!
Quello che c’è in arrivo
Chiudiamo anche con qualche anticipazione su quello che vedremo sul canale (probabilmente) nei prossimi giorni:
domani e giovedì si comincia coi podcast, con puntate dedicate a Hegel e alla questione israelo-palestinese;
mercoledì, nel mezzo, si svolgerà invece la riunione del Club del Libro, per discutere de Il disagio della civiltà di Sigmund Freud;
venerdì parleremo di Metafisica, nell’ambito della playlist Dizionario Filosofico;
sabato, se tutto va bene, arriva un video su Milo Manara e la sua filosofia;
domenica e lunedì, infine, di nuovo spazio ai podcast.
E questo è tutto anche per questa volta. Non dimenticate i due appuntamenti dal vivo segnalati all’inizio, comprate e leggete Neanche Nietzsche era un superuomo e poi tornate qui, puntuali come sempre, tra una settimana esatta.







